1 - DONNA ROSINA ..."A CIRRILLA"



Nata alla fine dell’Ottocento da una modestissima famiglia di artigiani, è vissuta da sola sin dalla giovane età e in condizioni davvero precarie: nessun tipo di assistenza sanitaria e con scarsissimi mezzi a disposizione. Riusciva a sopravvivere con l’aiuto della Provvidenza, dei vicini e di quei pochi soldi che, ogni fine mese, riceveva dai genitori dei bambini affidati a lei perché ne avesse cura per l’intera giornata. Si trattava per lo più di figli di contadini che “a maìstra”, donna davvero ammodo e dalla grande umanità, seguiva amorevolmente assistendoli nei bisogni e insegnando loro le prime nozioni di scuola e le preghiere. Alle femminucce, che da grandi difficilmente avrebbero proseguito negli studi per le difficoltà e le consuetudini di quei tempi, insegnava l’arte del cucito e del ricamo.
Rosina Vennera, meglio conosciuta col soprannome “a Cirrilla”, era una donna rispettata da tutto il vicinato e assai devota alla Madonna. Difficilmente mancava alle funzioni religiose nella Chiesa di S. Lucia e non tralasciava di recitare quotidianamente il Santo Rosario assieme ai bambini. Abitava in una casetta composta di due vani sovrastanti, situata ai piedi del Castello normanno, in Larghetto Strano che si trova all’interno dell’angolo formato dalle vie Statti e S.S. Salvatore. Nel vano a pianoterra si accedeva tramite una malridotta porticina alla cui tenuta contribuiva in parte un gradino più alto del normale che la riparava dall’acqua piovana; il pavimento, in terra battuta, ospitava l’asilo e, in un angolo, un piccolo pollaio recintato con listelli di legno e pezzi di rete metallica. Mai che un raggio di sole potesse filtrare all'interno della stanzetta, conseguentemente poco illuminata e con le pareti trasudanti umidità; un buco di finestra consentiva il ricambio dell’aria quando si teneva chiusa la porta d’ingresso per maltempo. L’accesso al vano di sopra avveniva per mezzo di una piccola scala di pietra, scomoda e pericolosa. Tale stanzetta serviva al resto: da stanza da letto, da cucina e da ripostiglio dei contenitori a uso personale. Il tetto in tegole, nei giorni di pioggia, era per “a Cirrilla” un vero problema giacché l’acqua piovana s'infiltrava in più punti e lei, poverina, a combattere con tutti quei recipienti di fortuna per raccoglierla. In quella casetta, lasciatale dal padre artigiano, viveva - come già detto - da sola. Era nubile.
Una delle sorelle da giovane emigrò in Brasile, dove convolò a nozze con un facoltoso industriale, facendo così fortuna. Di lei, come pure degli altri fratelli, si erano perse le tracce durante la guerra e Donna Rosina si era ormai rassegnata all’idea di essere rimasta sola, mostrando, comunque, di accettare quella che considerava la "volontà del Signore", cui era grata per averle assicurato in compenso l’affetto e la generosità dei vicini. Voleva bene (e ne era ricambiata) soprattutto a tale Rosa Marinaro, alla quale aveva fatto da comare in occasione della cresima. La giovane abitava nella casa di fronte, per cui si portava spesso dalla “maestra” per aiutarla nelle faccende domestiche e per sostituirla tra i bambini durante le sue occasionali assenze. La vita aveva dato poco a Donna Rosina, ma lei non se ne lamentava. Era soddisfatta di quel che il Cielo le aveva destinato. Mai che avesse chiesto qualcosa a qualcuno.
Con serenità e devozione cristiana eseguiva le attività quotidiane: ascoltare la Santa Messa il mattino presto, accudire ai bambini e al piccolo pollaio durante il giorno, recitare il Santo Rosario nel pomeriggio e la sera, ripresi i bimbi dai rispettivi familiari e dopo aver chiuso l’asilo, di nuovo in chiesa per le funzioni vespertine. Lei è felice di questo suo vivere tranquillo, sereno, frutto di tanta fede e di tanto affetto dei vicini. Le avversità non la frustrano mai. La domanda di assistenza e di previdenza, presentata un giorno da altri a sua insaputa, le è rifiutata. Un pacco-dono, distribuito ai poveri (una persona amica si era data da fare per inserirne il nome nell’elenco), finisce ad altri per omonimia. La sorte sembra accanirsi contro di lei, che accetta le contrarietà con filosofia e rassegnazione. “È la volontà del Signore” dice, senza adombrarsi affatto.
Un giorno il postino le recapita una lettera del tutto inattesa. Essendo analfabeta, prega una vicina di casa perché gliela legga. Appreso che essa proviene dal Brasile, scoppia a piangere prima di conoscerne il contenuto. Il pensiero va alla sorella che, a quel punto, suppone fosse ancora viva. Una forte emozione la coglie, poco manca che non cada per terra priva di sensi. La lettera inizia così: “Cara zia, mia madre è salita in Cielo da diversi anni, lasciandomi un gran vuoto nel cuore. Mi parlava spesso di te ed io ho cercato più volte di rintracciarti, anche tramite il Consolato italiano. Finalmente ho saputo che vivi a Nicastro e sono riuscita ad avere il tuo indirizzo. Ti scrivo per dirti che sono tanto felice, che voglio vederti e abbracciarti presto. Scrivimi subito.” 
Da quel giorno le missive s’intrecciano. Poi l’invito della nipote a Donna Rosina perché si trasferisca in Brasile dove non avrà problemi di alcun genere. Lei inizialmente è contraria. La voglia di conoscere la figlia della sorella è tanta, ma ha paura del viaggio e del nuovo ambiente. Non si era mai allontanata da Nicastro e non aveva mai visto né treno né nave, mezzi con i quali dover ora raggiungere rispettivamente Napoli e l’America del Sud. I vicini la incoraggiano, fanno a gara per convincerla ad accettare l’invito di sua nipote. I consigli ricorrenti sono: “Andate, almeno d’ora in poi potrete vivere senza pensieri”, “Vorrei averla io la fortuna che vi sta capitando, non lasciatevela scappare perché bussa una sola volta nella vita”, “Avete sofferto tanto e qualcuno lassù si è ricordato di voi, offrendovi la possibilità di altri affetti e di una nuova vita”.
Si convince. Vende a una famiglia benestante, per alcune decine di biglietti da mille, la casetta. Raccoglie le poche cose preziose possedute: centrini da tavolo ricamati e qualche oggettino d’oro. Ne compra degli altri da regalare ai parenti in Brasile. Accompagnata da un vicino di casa, prende il treno per Napoli. Qui è in corso uno sciopero dei mezzi pubblici e i due raggiungono il porto partenopeo a piedi, con grande disagio e appena in tempo per salire sul bastimento già pronto a salpare. Il mare e la nave la lasciano indifferente. Il suo cuore è rivolto a quel che si sta lasciando alle spalle, forse per sempre. Si asciuga una lacrima mentre strani pensieri le passano per la mente e la preoccupano non poco. Per sua fortuna incontra sul bastimento uno dei bimbi, ormai adulto, che emigra per lavoro. “Scusate, ma voi non siete donna Rosina?”, le dice il giovane Francesco avvicinandosi a lei. Si abbracciano e si fanno coraggio a vicenda. Il viaggio è lungo e stare insieme fa dimenticare le preoccupazioni per le incognite che il futuro lascia loro ipotizzare.  Il giovane annota su un foglio di carta l'indirizzo di destinazione della cara maestra, promettendole: “Se le cose andranno per come spero, verrò a trovarvi." All’arrivo quanta gente sul molo. È un vociare continuo. Tutti salutano tutti. L’attenzione di Donna Rosina è richiamata da una voce femminile calda, entusiastica: “Zia, siamo qui”. Ai piedi della scaletta che lungo abbraccio e quante lacrime di gioia!
Un autista in livrea la invita a salire su una lussuosa automobile, facendola accomodare sul sedile posteriore, accanto alla nipote. Dopo un bel tratto di strada, la vettura si ferma davanti al cancello di una villa maestosa. Donna Rosina si guarda stupita attorno e le viene subito in mente la favola di Cenerentola, che tante volte ha raccontato ai bimbi. Contrariamente alla protagonista della bellissima favola che ispirò Perrault e i fratelli Grimm, lei è più preoccupata che compiaciuta. Avanza come un automa lungo il viale che conduce alla bellissima dimora. In fondo compare un porticato con splendide colonne, parte di un’elegante villa immersa in un vasto parco con tante aiuole e maestose palme. Accogliente e ben arredata la stanza che la nipote le assegna, mentre un uomo della servitù è a disposizione per ogni necessità o richiesta. Le persone di servizio in quella villa sono quasi tutti di pelle scura.
Donna Rosina non ha mai incontrato prima persone di colore. Avverte disagio davanti a quell’uomo messole a disposizione dalla nipote: nero come il carbone, labbra carnose, denti bianchissimi e occhi più grandi dei suoi. In tale ambiente non si trova per niente a proprio agio. Tra l’altro, la nipote si assenta spesso per lavoro e lei nella villa trascorre giornate intere da sola, nella sua stanza. Si sente un pesce fuor d’acqua. Spesso va al balcone, scosta le tendine e guarda lontano. Attraverso i vetri e con gli occhi velati di pianto, sembra intravedere la sua casetta, i suoi bimbi, i vicini, la sua chiesa. È triste e copiose lacrime le rigano il volto. Rimpiange le sue piccole ma tanto care cose lasciate lontano. Non se la sente di vivere in quel mondo che non è il suo. Meglio tornare alla terra dove è nata e a lungo vissuta, alla sua casetta, dai suoi vicini. Ma come dirlo alla premurosa nipote senza toccarne la suscettibilità e l'affetto?  Nessuna occasione le sembra buona per affrontare il delicato discorso e, tra l’altro, non riesce nella mente a trovare le parole giuste per farlo. Intanto i giorni passano e la nostalgia si fa più struggente.
Una mattina durante la prima colazione la padrona di casa, notando la zia particolarmente triste e silenziosa, le chiede: "Zia, come stai? Non ti senti bene? Hai bisogno di qualcosa?". E lei, con toni sommessi e parsimonia di parole che sono propri di una persona umile e timida, risponde: "Ti voglio tanto bene, mia cara. Non dispiacerti se ti confesso che gradirei tornare al mio paese e riposare, quando il buon Dio lo vorrà, accanto ai miei genitori.”.
"Vedremo di poterti accontentare - risponde la nipote - ma per ora non è possibile." La donna sa che in azienda ci sono dei problemi. Gli affari non vanno più bene. Tra l'altro, il marito della nipote si è impelagato in operazioni poco pulite per colpa di un promotore finanziario senza scrupoli. E, difatti, nel giro di poche settimane, le cose si mettono male. Gran parte del personale viene licenziato e le spese della gestione familiare contenute al massimo. Sono le prime avvisaglie, meglio ancora i primi necessari provvedimenti di un crac imminente. Pochi giorni dopo si trasloca tutti in una dimora ben più modesta. In tale situazione Donna Rosina si rende conto di essere un peso per i congiunti e si convince sempre più che il desiderio di tornare in Italia è destinato a restare un semplice sogno. Si mette l'animo in pace e, da buona cristiana quale è, si rassegna come in tante altre occasioni all'idea che sia la volontà del Signore". 
Un bel giorno bussano alla porta. È Francesco, il giovane che Donna Rosina qualche anno addietro aveva incontrato sul bastimento. La informa di aver trovato un buon lavoro, di guadagnare bene e di essersi sistemato al di là di ogni sua più rosea previsione. Tra le pieghe del discorso il giovane coglie nello sguardo e nelle parole dell'ex maestra d'asilo la nostalgia della terra natia. La cosa lo colpisce nel più profondo dell'animo. Poco dopo si congeda assicurando che tornerà presto. Nel giro di qualche settimana ritorna con una busta-regalo in mano che consegna a Donna Rosina. Contiene del denaro e il biglietto per il bastimento prossimo a salpare per l'Italia, un gesto d'amore di Francesco verso colei che in passato gliene aveva profuso tanto. Lei non può rifiutare. Travolta da mille emozioni si avvicina al giovane e lo abbraccia teneramente, mentre si inumidiscono gli occhi e qualche lacrima sfugge al suo controllo. Rientra finalmente in Italia, nella sua Nicastro, in Larghetto Strano. Qui si presenta ai cari e vecchi vicini di casa meno... ricca di quando era partita ma con incommensurata gioia nel cuore. Qualche effetto personale e nulla più. La cosa è stata subito notata, ma della nuova situazione lei non ha mai dato spiegato le ragioni. Quanta riservatezza e che dignità!
La casetta non è più sua, l’ha venduta prima di partire. È ospitata per alcuni giorni dalla fedele "cummarella” Rosa. Nonostante le maggiori difficoltà incontrate al rientro in Italia, “’a Cirrilla” è felice quanto e più di prima, sorretta dall’incrollabile fede cristiana. Per fortuna, l’affetto e la generosità di tante persone del vicinato non le mancano. La nobile famiglia, che aveva rilevato la vecchia casetta - in verità solo per fornire alla brava donna i soldi del viaggio, tant’è che l'abitazione poi è rimasta sempre chiusa - prende a cuore il caso e la mette gratuitamente a disposizione dell’ex proprietaria. Qualche tempo dopo, “a Cirrilla” accusa, suo malgrado, l'ennesimo colpo di sfortuna: scivola dalle scale e s’infortuna seriamente. Le sue condizioni di salute sono cagionevoli, anche per l’età avanzata. L’impagabile Rosa non è nella condizione di poterla assistere, se non dopo l’orario di lavoro (operaia in un’azienda agricola). Altre persone amiche s’interessano perché “’a maìstra” trovi ospitalità nella casa di riposo sul colle di S. Antonio, nei pressi del Santuario. In un primo tempo non è accettata per via appunto dell’infermità fisica per la quale non sarebbe stata garantita adeguata assistenza. A distanza di alcuni giorni le porte di quella struttura si aprono in seguito al fattivo e generoso intervento della predetta famiglia benestante.
E lì, dopo meno di un anno - è il 1966 – “a Cirrilla”, dopo tante sofferenze, chiude definitivamente gli occhi e trova tra le braccia della Divina Misericordia quella serenità, quella gioia e quel benessere perenne che in vita ha avuto concessi in minime dosi o, addirittura, soltanto in un incredibile... sogno.  Demetrio Russo

2 - IL MAGGIORDOMO ANSELMO



A cavallo della seconda guerra mondiale un aitante giovane prestava servizio, con l’incarico di maggiordomo, nel palazzo dei baroni Statti sito ai piedi del castello Normanno; palazzo che si affaccia sull’omonima via in tutta la sua imponenza, nonostante che il tempo e le intemperie ne abbiano offuscato l’antico splendore. Anselmo Cosentino, questo il suo nome, apparteneva a una famiglia numerosa e dai modesti mezzi, accentuati anche dal difficilissimo periodo post-bellico. Suo padre, Rosario, aveva sposato Carolina Gigliotti e da lei aveva avuto sette figli: quattro maschi (Francesco, Giuseppe, Ferdinando e Anselmo) e tre femmine (Antonietta, Angela e Pasqualina). I Cosentino avevano dimora nella casetta insistente in un piccolo appezzamento di terreno in contrada Magolà, alle spalle della Chiesa del Soccorso, proprio all’imbocco della strada per Serrastretta, sulla destra. Il signor Rosario riusciva dignitosamente a mandare avanti la baracca svolgendo i più disparati lavori e, nei ritagli di tempo libero, provvedendo alla coltivazione di piante da frutto e di ortaggi nel fazzoletto di terra intorno alla casa. Sua moglie, la signora Carolina, una brava massaia, badava amorevolmente alla crescita e all’educazione dei figli; e, per arricchire il quotidiano frugale pasto, accudiva con la collaborazione delle tre figlie alla gestione di un pollaio comprendente una dozzina di galline e qualche galletto. Allevava pure il maiale, con le cui carni preparava insaccati e autentiche leccornie da razionare nell’anno.
Divenuti grandicelli, i maschi si diedero da fare per aiutare i genitori, andando a lavorare alla giornata oppure in qualche bottega d’artigiano. Il più piccolo, Anselmo, nato il 10-9-1913, aveva trovato sistemazione presso gli Statti ed era orgoglioso del lavoro e del ruolo affidatigli. Egli in certo senso sovrintendeva alla servitù e al buon andamento della casa baronale. Quando giungevano delle visite al palazzo, era felicissimo di sfoggiare la sua appariscente e impeccabile livrea che tutti ammiravano con occhi spalancati. Essa era di color rosso porpora, bordata con nastri e fettucce dorate; l’abbigliamento era completato da camicia e guanti bianchi, da un paio di calzini pure bianchi e da scarpe nere e lucide sormontate da argentee fibbie. In testa il maggiordomo portava una bombetta nera. In questi panni il buon Anselmo si trovava perfettamente a suo agio e così vestito si compiaceva di esibirsi, assumendo un comportamento compunto e signorile, davanti al portone d’ingresso del palazzo dove sostava in attesa di ricevere gli ospiti della nobile famiglia.
La marchesa Donna Checchina D’Ippolito era un’assidua frequentatrice di palazzo Statti, che raggiungeva a bordo di una splendida carrozza trainata da quattro maestosi cavalli lipizzani dal candido mantello, quasi identici tra loro da sembrare ognuno la copia dell’altro. I ragazzini del rione sgranavano gli occhi nell’ammirare questa scena da “mille e una notte”. Dall’uomo in livrea che vedevano spesso, erano affascinati. Nutrivano verso quel “nobile”, tale lo ritenevano, una sorta di soggezione. D’altra parte, il ricco abbigliamento e i modi gentili e riguardosi del signor Anselmo verso di loro e verso tutti, rafforzavano in quei giovanetti e nella gente del posto sentimenti di stima e di massimo rispetto. All’arrivo della marchesa D’Ippolito - e così anche di altri esponenti della "Nicastro-bene" come, ad esempio, le baronesse Francesca e Ninfa Nicotera e i coniugi Saladini da Bella legati da parentela - il maggiordomo con una mano si toglieva rispettosamente il cappello e con l’altra apriva lo sportello della carrozza. Abbozzava poi un inchino verso la blasonata ospite e le porgeva il braccio destro per aiutarla a scendere. Il ben educato Anselmo accompagnava orgogliosamente la nobildonna lungo la bella scalinata di marmo che porta al salone degli specchi posto al secondo piano, lasciando al cocchiere, sceso nel frattempo da cassetta, il compito di richiudere lo sportello e di curare i cavalli allentando loro le briglie e fornendoli di sacchetti con la biada.
Anche quando erano gli Statti a dover rendere visita ad altri, l’attento e compito cerimoniere faceva predisporre dallo stalliere una delle carrozze di famiglia e nella sua smagliante livrea prendeva posto su in cassetta, accanto al cocchiere, compiacendosi dello sguardo ammirato dei tanti ragazzi che giocavano in strada lungo il percorso. Poco prima si era premurato, con tutto il garbo e le attenzioni abituali, di far accomodare in carrozza la baronessa Giuseppina Mazzitelli, una delle più belle e ammirate signore di quei tempi. Donna Giuseppina, scomparsa da qualche anno, viveva fino in un appartamento del palazzo, circondata dall’affetto del figlio Ferdinando, della nuora Luisa e dei nipoti. Il consorte, il barone Don Alberto, ex pilota di auto da corsa e persona dalla grande umanità e generosità, morì prematuramente colpito da infarto nell’aprile del ’60. Aveva soltanto cinquantadue anni.
Della casa nobiliare di via Statti il simpatico e aitante maggiordomo si sentiva parte integrante. Era particolarmente legato e riconoscente a ciascun membro della famiglia. Quando parlava di essa, era solito usare il plurale maiestatis: “Noi... ”. Scrupoloso nel lavoro, disponibile per qualsiasi mansione che di volta in volta gli era affidata. Modi gentili e carattere mite. Gli abitanti del rione gli volevano bene. I contadini del posto gli erano riconoscenti perché consentiva loro di utilizzare – esclusi i giorni delle visite e, ovviamente, quelli di pioggia o di cielo coperto - l’ampio piazzale, in cemento levigato, prospiciente il portone d’ingresso del palazzo. Essi trovavano quel lastricato ideale per stendere a essiccare fagioli, fave, grano, mais e altri prodotti dei loro campi.
Di fronte al portone, a circa tre metri di distanza, nel bel mezzo della piazzetta era stata eretta, quasi a protezione del fabbricato e dei suoi occupanti, una chiesetta dedicata alla Madonna la cui immagine, di antica e pregevole fattura, s’intravedeva appena per le poche e sbiadite tracce di pittura su un riquadro di rustico intonaco. Alla base del piccolo tempio un altarino di marmo pregiato al quale si accedeva da un ornamentale cancelletto di ferro battuto. In seguito quella chiesetta è stata rimossa e ricostruita, nella stessa dimensione e forma, ai bordi della strada, di fronte all’ala sinistra del palazzo, per consentire un più agevole e meno pericoloso traffico veicolare. Ovviamente l’affresco andò perduto e fu sostituito con un bassorilievo di marmo con il volto della Madonna. Il signor Anselmo, religiosissimo, ogni qualvolta apriva il portone volgeva gli occhi alla sacra immagine, abbozzava un deferente inchino accompagnato dal segno della croce. Si piazzava poi davanti all’ingresso del palazzo ad attendere il previsto arrivo di un ospite. La gente che passava per Largo Statti non staccava gli occhi dal bel maggiordomo e, soprattutto, dalla sua regale livrea. E lui, compiaciuto ed anche un tantino imbarazzato - quanta modestia e bontà! - salutava tutti con un gratificante inchino e un appena accennato sorriso. Rimase al servizio degli Statti fino a novembre del '46, quando quel ruolo cominciava a stridere con i tempi e con le tensioni politico-sociali del dopo guerra. Trovò poi un lavoro meno... aristocratico, più semplicemente ospitalità presso un suo compare, tale Saverio Perri, più noto come “
’u battali”, soprannome ereditato da un antenato per la sua attività di deviatore delle acque destinate all’irrigazione dei giardini. Il Perri abitava nella stessa via Statti, a poche centinaia di metri dal palazzo, sull’altro lato del fiume ed era proprietario di un piccolo terreno in località Malaspina, che coltivava con l’aiuto di Anselmo.
Erano tempi di magra e non tutti potevano permettersi un pasto caldo. Per l’ex maggiordomo, impegnato nella campagna a usare vanga e a estirpare erbacce, niente paga ma solo vitto e qualche regalia. Nessun contributo, quindi, al fabbisogno della famiglia. In questa situazione di assoluta precarietà non gli era mai passata per la testa l’idea di metter su famiglia. Un bel giorno, accogliendo l’invito della sorella maggiore Antonietta, emigrata da qualche tempo in Argentina, decise di imbarcarsi su un piroscafo nel porto di Napoli ed espatriare in quel Paese in cerca di miglior fortuna. Con sé aveva la classica valigia di cartone legata con lo spago e, con l’animo aperto alle emozioni e alla speranza, partì per i nuovi lidi.
Il lavoro in America del Sud - rammentava una nipote, figlia del fratello maggiore Francesco - lo impegnò molto e guadagnava il giusto per una vita decorosa. A rivedere la terra natia e i parenti rimasti a Nicastro, venne varie volte. Neppure in Argentina ebbe tempo e voglia di prender moglie. Tra le altre cose, l’affetto e l’ospitalità della sorella Antonietta e dei suoi congiunti contribuirono a... distrarlo da quell’obiettivo. Negli ultimi tempi, dati gli scarsi mezzi di comunicazione allora esistenti, i contatti tra le due sponde dell’oceano si diluirono e del signor Anselmo si ebbero sempre meno notizie. Si seppe soltanto della sua morte, della quale nessuno rammenta la data. Alcuni parenti che risiedono in Lamezia, in località Magolà, poco distante la vecchia e malridotta casetta dei Cosentino, ricordano poco e niente. Di lui, tra l'altro, hanno solo qualche sbiadito ricordo.
Dalla memoria dei tanti ragazzini, che negli anni ’40 giocavano davanti al palazzo baronale in via Statti, il tempo e l’età non hanno invece cancellato la “l’aristocratica” figura dell’ex maggiordomo e, soprattutto, la sua splendida livrea color porpora.

à Demetrio Russo

3 - PADRE PIO E ... " MARCELLINO "



Durante un pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo avvenuto un paio di lustri fa, ho appreso eventi prodigiosi, quantomeno “strani”, in cui sarebbero coinvolti dei compaesani in un meraviglioso rapporto col Santo di Pietrelcina. Voglio raccontarvi la bellissima storia, che ben s’incastona nel clima natalizio, con protagonista un ragazzino del Lametino, alunno delle scuole medie, legato sin dalla nascita a Padre Pio in un feeling del tutto particolare. Qualche dubbio sulla sua autenticità può sorgere in chiunque, specie quando si toccano tasti che appartengono al più impenetrabile dei misteri. In questi casi soltanto la fede riesce a dare corpo e attendibilità a certi eventi che fanno sgranare gli occhi di comprensibile stupore. Fatti che contengono degli “ingredienti” che non sono di questo mondo, bensì dell’... altro. E proprio per questa loro caratteristica suscitano meraviglia, emozioni, credulità, anche scetticismo, ma principalmente tantissima curiosità. Curiosità dalla quale prudenza consiglia di tenere lontano il piccolo protagonista, omettendone le generalità e altri particolari che possano permetterne l’identificazione. E ciò al fine di evitargli problemi di vario genere, a cominciare dal rapporto con i compagni di scuola. Tra l’altro, la delicatezza dell’argomento e le poche testimonianze rendono ancor più marcato il bisogno di riserbo.
Il nome Marcellino ovviamente è fittizio e la storia richiama alla mente il commovente film “Marcellino pane e vino” di oltre mezzo secolo fa e più volte proposto al cinema e in televisione. Nella finzione cinematografica il protagonista, interpretato da Pablito Calvo, si ritira spesso in soffitta per dialogare con il Crocefisso e offrire a Gesù, con amore infantile, quelle piccole cose, per esempio un tozzo di pane, sottratte innocentemente alla comunità di Cappuccini che l’hanno adottato. Il “Marcellino di Lamezia” ha invece un suo quotidiano rapporto, non dialogato, col Santo di Pietrelcina della cui costante protezione sarebbe ammantato; intervento … celeste concretatosi in almeno due circostanze, quando il piccolo ha rischiato tanto per la propria vita. Mi limiterò a riferirvi gli episodi segnati dalla “presenza” di Padre Pio, per come descritti dalla madre del bambino. Anche della donna ometto il nome per le anzidette ragioni.
Il cuore di San Pio non ha dimensioni, è incommensurabile. Il flusso di pellegrini a San Giovanni Rotondo, i “figli” sparsi in tutto il mondo, i gruppi di preghiera, le statue che lo rappresentano nelle chiese e in ogni angolo di strada, sono numeri eloquenti della Sua popolarità e devozione in tutto il mondo. I miracoli per Suo tramite sulle umane sventure cadono a pioggia. E chi può escludere che gli occhi di Padre Pio non si siano posati amorevolmente anche su Marcellino? Il Santo non si stanca mai di intercedere presso il Signore e di miracoli ne fa dispensare a piene mani su chi, tra i suoi bisognosi devoti, sa chiedere e pregare. Marcellino non ha chiesto nulla al Frate di Pietrelcina, del quale custodisce gelosamente, a guisa di un prezioso giocattolo, l’immagine contenuta in un quadretto. Era troppo piccolo perché pregasse e chiedesse la guarigione perché seriamente ammalato. L’hanno fatto per lui i genitori e i nonni, la cui devozione per San Pio è da diverso tempo consolidata. Questa la bellissima storia.
Il nostro Marcellino nasce con una malformazione al cuore: gli è diagnosticato il cosiddetto “canale arterioso di Botallo”, un'anomalia da sviluppo del muscolo cardiaco che provoca una mescolanza di sangue venoso e arterioso. Il pediatra informa i genitori che il problema nel giro di qualche anno potrebbe risolversi da solo con la crescita, caso contrario bisognerà intervenire chirurgicamente. Le cose per Marcellino non si mettono a posto, anzi peggiorano e così, all’età di tre anni, è sottoposto a un delicatissimo intervento in un ospedale piemontese. Due giorni prima dell’operazione il nonno materno, molto legato al piccolo, non riesce a prender sonno. Se ne sta nel letto pensieroso e preoccupato, con lo sguardo fisso nell’oscurità che lo circonda. A un certo punto compare nella stanza un frate con la barba. L’uomo, colto di sorpresa, domanda all’… intruso: “Chi sei, cosa vuoi, cosa fai qui?”. Quel frate, poco dopo riconosciuto per Padre Pio, non gli risponde, sorride, stende la mano destra e gli accarezza il capo, per poi svanire nel buio della stanzetta. “Che bellissimo sogno” bisbiglia rasserenato il nonno di Marcellino. E si addormenta.

La stessa notte in un’altra abitazione una comare vicina di casa fa uno strano sogno: davanti a lei un lungo corridoio nel quale, volgendole le spalle, cammina Marcellino tenuto per mano da un frate. Lo chiama a gran voce. Lui non sente e procede in quel corridoio senza fondo per poi entrare in una stanza, alla sua sinistra, sulla cui porta campeggia un cartello: “Sala operatoria”. Ore più tardi l’intervento chirurgico il cui esito riesce perfettamente. Giorni prima anche la nonna sogna Padre Pio che tiene in braccio il giovanissimo infermo. Il Santo le si rivolge, rassicurandola con queste parole: “E’ tutto a posto, tutto a posto”. In una successiva visita di controllo a Marcellino è riscontrata una semplice infiammazione al colon. Mesi dopo, accompagnato dalla mamma e dalla nonna, il piccolo completamente guarito si reca a San Giovanni Rotondo per ringraziare il Santo. I cancelli nella cripta sono aperti e lui s’infila tra la gente, inginocchiandosi accanto alla tomba con il viso tra le manine. I familiari sono ancora dietro, preceduti da alcuni pellegrini che, transitando accanto al piccolo, gli accarezzano il capo compiaciuti del suo comportamento davanti alle sacre spoglie. Sopraggiungono mamma e nonna nei pressi della tomba e la prima invita Marcellino ad alzarsi e a proseguire per non intralciare oltre il transito dei fedeli nell’angusto passaggio all’interno dell’inferriata. Lui si mette a piangere e così spiega la prolungata sosta: “Mammì, io volevo venir via ma quel frate del quadretto mi teneva la mano su una spalla e non mi faceva alzare”. Secondo episodio misterioso: è terminata da poco la processione religiosa alla quale il ragazzino ha preso parte con alcuni familiari. Sfuggito per un attimo all’attenzione della madre, Marcellino è investito da una macchina. Un signore, che nessuno dei presenti ricorda di aver mai visto prima, prende amorevolmente tra le braccia la creatura apparentemente senza vita. E, rivolgendosi ai suoi congiunti, li rassicura con poche parole: “E’ tutto a posto, tutto a posto... ”. La nonna trova quantomeno strana l’uniformità dei gesti e delle parole tra quello sconosciuto e San Pio apparsole in sogno sere prima. Poi si convince che è stato il Frate con le stimmate a prendersi ancora una volta cura del suo Marcellino.  Una bellissima storia e, soprattutto, una nuova testimonianza dell’incommensurabile grandiosità del Frate di Pietrelcina alla cui intercessione tanta gente quotidianamente si affida trovando spesso in Lui paterna e generosa disponibilità. à Demetrio Russo

4 - IL SAGRESTANO DI SAN DOMENICO



Abitava in un piccolo fabbricato in prossimità della chiesetta dedicata alla “Madonna delle cucchiarelle” nella parte alta della città di Lamezia Terme, già Nicastro, quasi a ridosso del castello che fu di Federico Barbarossa. La sua era una famiglia numerosa: marito, moglie e otto figli (sei maschi e due femmine) il più piccolo dei quali, Vincenzo, che porta lo stesso nome del padre, nato appena tre giorni dopo la sua morte avvenuta nel lontano ’959. Vincenzo Gagliardi - è lui che ha trovato spazio nella memoria mia e di tanti Lametini in età non più giovanile - era zoppo per un ginocchio fuori uso che lo tormentava giorno e notte. Ogni mattina, alle prime luci dell’alba, scendeva dal rione San Teodoro per recarsi in centro. Di lavori ne svolgeva due: era sagrestano presso la chiesa di San Domenico e quella nel rione Timpone, e prestava servizio con mansioni varie presso l’ex hotel Nicotera, più conosciuto come “albergo Mazziotti” di proprietà di Francesco Falvo d’Urso e poi dei figli Mario e Renato.
Il tratto di strada da percorrere, spesso anche quattro volte il giorno, lo affaticava parecchio; soprattutto al rientro a casa che comportava, in aggiunta alla stanchezza da lavoro, il dover coprire in salita il tratto di strada abbastanza lungo e, per giunta, intervallato da spossanti rampe di scale in nuda pietra. Durante il tragitto eseguiva frequenti brevi soste per prendere fiato. Mai un lamento o un’imprecazione. Il carattere semplice, ben temprato e la devozione per la Madonna delle Grazie gli facevano accettare e superare questi e altri sacrifici. Era tanto devoto alla Madre di Gesù che, quando si trovava in chiesa, nel rione Timpone, non trascurava mai di rivolgere uno sguardo e un deferente pensiero allo stupendo dipinto raffigurante la Vergine di Costantinopoli; quadro commissionato a suo tempo da suo padre e da anni sparito da una delle pareti laterali della navata e del quale si disconosce l’attuale dimora.
Per mandare avanti la famiglia in quegli anni di grandi e diffuse difficoltà -
sto parlando del periodo successivo alla seconda guerra mondiale - occasionalmente si attivava pure nei lavori più disparati, svolgendoli sempre con dignità e impegno. Era grato al Signore per la ricchezza degli affetti familiari e ringraziava il Cielo di ogni piccola cosa che quotidianamente rimediava per la famiglia. Anche un piccolo uovo o un piccione di colomba recuperato, di tanto in tanto, nelle feritoie del vecchio campanile, per lui non era altro che un dono della Provvidenza. Vincenzo Gagliardi, il sagrestano di San Domenico che tantissimi concittadini ricorderanno sicuramente, è da considerare un personaggio autentico della Nicastro degli anni trascorsi, pur non appartenendo egli a classi privilegiate o benestanti. In tanti lo ricordano con simpatia. La sua figura e il suo carattere sono rimasti nitidamente impressi nella mente di ex coetanei. Di lui alcuni rammentano tante altre cose belle ed episodi che - oggi più di ieri - ne esaltano maggiormente la semplicità e la laboriosità.
Nei giorni festivi usciva di buon’ora e, passando per via SS. Salvatore (strada che porta al castello normanno), bussava ai portoncini di due abitazioni. Le padrone di casa ne aprivano subito l’uscio perché, conoscendo la puntualità del signor Vincenzo, si alzavano per tempo. Ciascuna svegliava uno dei figli, allora di età tra gli undici e i tredici anni (siamo nel biennio ‘950-51); lo vestiva, lo forniva di merendina (un pezzo di pane con del formaggio e un paio di fichi infornati); lo colmava di amorevoli attenzioni accompagnate dalle solite raccomandazioni di comportarsi bene. I due ragazzini erano pronti, anche se mezzi addormentati, a seguire il sagrestano sull’abituale percorso: via SS. Salvatore, attraversamento di Largo Statti, giù per la scaletta che immette sulla parte bassa di via S. Lucia all’altezza dell’ex sede della Lux (associazione giovanile di Azione Cattolica) passando per Largo Dano, poi via Garibaldi e infine Corso Numistrano con destinazione la chiesa di San Domenico. Uno dei due, Mario, è deceduto da diversi anni per una grave malattia; l’altro, Giovanni, un bravo artigiano da qualche tempo in pensione.
Questi si è mostrato disponibile a raccontare momenti della sua fanciullezza legati ai contatti con Vincenzo, uno dei più noti sagrestani del tempo, di cui conserva un piacevolissimo ricordo. Essendo egli un tipo piuttosto riservato, nel riferire i trascorsi rapporti con Mario e il Gagliardi, ha preteso riserbo sulla sua identità. Nella chiesa di San Domenico i due ragazzini a turno servivano la Santa Messa e attivavano i mantici per dare fiato alle canne dell’organo. -“Com’era faticoso - confidava l’ex chierichetto - abbassare alternativamente quelle lunghe stanghe di legno! Ci dovevi salire sopra con la pancia e far peso con tutto il corpo per spingerle giù, quasi a toccare il pavimento. E non potevi mica fermarti perché il maestro se ne accorgeva subito e ti sgridava”.
E a proposito di organo, Giovanni non ha dimenticato, dopo così lungo tempo, che sulla tastiera di quell’imponente strumento musicale scorrevano le agili mani del maestro Giacinto Greco, un musicista di grosso spessore, notissimo in città e nel circondario; tanto da essere chiamato a prestare la sua apprezzata opera in quasi tutte le chiese della Diocesi e, con maggior frequenza, in quella di Santa Caterina, in Corso Numistrano.
Mario e Giovanni per la Santa Messa domenicale servita nella chiesa di San Domenico, ricevevano cinque lire che il signor Gagliardi, d’intesa col parroco, prelevava di volta in volta dal cestino della questua. Essi se le dividevano e conservavano poi a casa nel proprio salvadanaio. Giovanni, stimolato dal piacere dei bei ricordi dell’infanzia, ha dischiuso la... finestra della propria memoria e tirato fuori altri momenti e fatti di quel periodo, sempre con riferimento ai contatti con i compianti Vincenzo e Mario.
In occasione della festa in onore del Santo, cui è intitolata la chiesa, lui e l’amichetto avevano nel cestino delle colazioni maggiorate rispetto agli altri giorni dovendosi trattenere oltre il solito orario per assistere i celebranti delle tredici SS. Messe in programma. Le ginocchia facevano maledettamente male, ma la prospettiva di rimediare un bel gruzzolo (65 lire da dividere in due) faceva sopportare loro dolore e stanchezza. Le cose però non andarono per il verso previsto e sperato.
 Il parroco e il signor Vincenzo, con quel traffico di fedeli in sagrestia e comprensibilmente indaffarati, non ebbero tempo e modo di pensare a quei piccoli stoici collaboratori, dimenticando di corrispondere la solita “paghetta”. I chierichetti, forniti di una sana e religiosa educazione, né quel giorno e neppure i successivi trovarono il coraggio di richiederla. E con le gambe indolenzite e le tasche vuote quel pomeriggio di festa (per gli altri, non per loro) fecero ritorno alle rispettive dimore con tanto di muso.
Di solito, a riaccompagnare i due ragazzini alle rispettive abitazioni, in via SS. Salvatore, era lo stesso Gagliardi che subito dopo ridiscendeva per prendere servizio in albergo dove si tratteneva fino al tardo pomeriggio. Da lì, poi, si portava nella vicina Chiesa di San Domenico a coadiuvare il parroco nelle funzioni vespertine. Giovanni ha rammentato altre chicche di quei tempi per lui indimenticabili. Nelle festività il signor Vincenzo, esentato dal prestar servizio in albergo, trascorreva l’intera giornata in chiesa per le nuove e aumentate incombenze, unitamente ai due chierichetti. Il pomeriggio quasi mai rinunciava alla solita mezz’oretta di... pennichella che si godeva distendendosi dentro un imponente catafalco, adagiato su due alti cavalletti; il sagrestano, basso di statura e condizionato dal ginocchio in disordine, riusciva a fatica a raggiungere quella sorta di sarcofago mediante una sgangherata scaletta. In un angolo della stanzetta, a poca distanza, quattro vecchi e grossi candelabri di legno e altri paramenti conferivano al locale, specialmente agli occhi dei chierichetti, un’atmosfera cimiteriale. Quei sacri arredi, in dotazione allora a tutte le chiese, stavano in una stanza-ripostiglio, a destra entrando, ed erano utilizzati in determinate funzioni: nella Settimana Santa o nelle ricorrenze di trigesimi e anniversari della morte di parrocchiani.
Il Gagliardi quel catafalco, imbottito e damascato, lo trovava comodo e accogliente. Il riposino pomeridiano, goduto all’interno di quell’aggeggio, era per lui un toccasana, un momento di salutare benessere, mentale e fisico, dopo lo stress e la fatica accumulati nella mattinata. Quel lugubre contenitore, dalla forma e dimensione di una bara, ai due ragazzi faceva una brutta impressione, incuteva loro tanta paura. Ragion per cui essi raramente assistettero a riti religiosi con quel tristo apparato in mezzo alla navata, né entrarono più nella stanza-ripostiglio per condividere col signor Vincenzo brevi pause nel... lavoro. In quei momenti Mario e Giovanni preferivano sistemarsi sui più tranquillizzanti, anche se meno comodi, gradini dell’altare o sulle panche dei fedeli dove qualche volta anche loro si addormentavano, per noia o per stanchezza, cullati dal silenzio di quelle sacre mura. à Demetrio Russo


Note sull'autore
DEMETRIO RUSSO - Pubblicista, Direttore di Banca in pensione
Tel. 0968.442206 - (rudeme@alice.it)
88046 LAMEZIA TERME
Corrispondente sportivo da Lamezia Terme della “Gazzetta del Sud” di Messina, dal 1958 al 1994. Ha trasmesso servizi a vari quotidiani, in occasione d’importanti manifestazioni ospitate in città e nel circondario, quali: incontri internazionali di pugilato, tornei di basket e di pallavolo, “europei” di biliardo, soste e allenamenti infrasettimanali di squadre di calcio di serie A e B, alla vigilia di rispettivi impegni di campionato. Dal 2005 sul periodico locale “Storicittà” cura una sua rubrica, dal titolo “Personaggi nostrani tra storia e umorismo”, in cui traccia un profilo biografico di quei Lametini del passato, più o meno recente, protagonisti di storielle e aneddoti curiosi. Alcuni anni addietro, su esplicita richiesta dell’imprenditore Domenico Fazzari, ha raccontato in un libro la drammatica prigionia e la tragica fine (21 aprile 1945) del fratello Giuseppe avvenute in Germania, durante la II guerra mondiale. Fatti e circostanze dei drammatici momenti, vissuti dallo sfortunato caporalmaggiore in un campo di prigionia tedesco, sono stati attinti dal diario che lo sfortunato militare ha vergato nei due anni trascorsi in quell’inferno. Altri particolari, come il tragico decesso del giovane, centrato in pieno petto da una granata, sono stati riferiti al pubblicista da un altro suo fratello, il commerciante Vincenzo.
Il drammatico racconto è riproposto nel libro "FIORI MISTI" e, a sinistra, nell'elenco "Storie e Storielle” sotto il titolo: Diario e morte di un prigioniero.
***L’autore, Demetrio Russo, è coniugato con l’ins. Francesca Diaco, dalla quale ha avuto quattro figli e da questi sei nipoti. A loro la dedica dei libri.





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Il Caporalmaggiore Giuseppe Fazzari