07 - VINCENZO GIAMPA', sarto



Non sempre i protagonisti degli aneddoti narrati in questo spazio sono stati nel passato personaggi notissimi, per cui spesso saranno verosimilmente pochi i concittadini, oggi di una certa età, che ne avranno memoria. Alcuni sono del tutto sconosciuti, altri, visti in foto, faranno rispolverare qualche ricordo in tante persone, che probabilmente diranno:
- Questo volto non mi è nuovo”, “Ricordo di averlo già visto”, “Non è quello che esercitava il mestiere di...?”. Si tratta, quindi, di persone non da prima fila in termini di notorietà, ma che meritano un po’ di ribalta per via di qualche storiella curiosa o di qualche originalissima ed esilarante battuta loro attribuite. Nessuna intenzione di scrivere biografie di questo o di quel nicastrese, qualche cenno sui dati personali però si rende opportuno, se non addirittura necessario, sia per dare a “Cesare quel che è di Cesare” e sia per rendere meglio ciò che stimola l’attenzione e la curiosità del lettore.
Sono aneddoti, trovate, gag e fatti che, per certi aspetti, hanno fatto e fanno storia locale. E’ il caso di un artigiano, per la verità non del tutto sconosciuto, autore di una frase spiritosa, straordinariamente simpatica, a conclusione di un breve dialogo con un suo cliente. Si tratta di Vincenzo Giampà titolare di una ben avviata sartoria - almeno fino a quando non si sviluppò il commercio dell’abito confezionato che costrinse lui e tanti altri a cambiar mestiere - e venuto, purtroppo, a mancare all’età di sessantatré anni quando ancora avrebbe potuto dare molto in famiglia. Sposato con Antonietta Matera, deceduta anni prima, ha avuto da lei cinque figli portati avanti, onestamente e non senza sacrifici, con il lavoro di sarto.
Aveva aperto bottega nei pressi della nota “funtana di Monachelli”, (caratteristica fontana a ridosso dell’edificio occupato da suore) nell’allora importante via Garibaldi. Serviva una discreta clientela nonostante la presenza in quella zona di una qualificata e nutrita concorrenza. Difatti, in quella via e nelle adiacenze operavano diversi e altrettanto valenti artigiani del ramo come i Caterisano, Mastroianni, Amendola, Leone, Barberio, Piacente e altri. A servirsi della sua manifattura erano in tanti perché il mestiere Vincenzo Giampà lo conosceva bene per davvero, essendosi dato da fare sin da giovanissimo, assieme ai fratelli, per mandare avanti la famiglia. Suo padre Leopoldo, finito il servizio militare, si era trattenuto al nord per lavoro, assicurando per varie ragioni un sostegno limitato ai congiunti rimasti a Nicastro.
“Mastru Vicìanzu” era un valente artigiano del cucito e un uomo di sani principi, estroverso, gioviale, rispettoso con altri, a tratti orgoglioso e puntiglioso. In tanti trovavano piacevole intrattenersi con lui nella bottega per le classiche quattro chiacchiere, magari anche per il semplice gusto di stuzzicarlo, contraddicendolo a bella posta su ogni argomento. Lui replicava con la solita fermezza e un tono di voce non sempre moderato. Una delle sue invidiabili doti era la capacità di avere a portata di ... bocca una battuta adatta alle varie circostanze e che pronunciava con semplicità, con naturalezza, pure con apparente serietà, accompagnandola di solito con un malizioso quanto compiaciuto sorrisetto.
Tra le tante sue “perle” mi piace raccontarvene una riferitami anni fa da uno che all’epoca risiedeva in una traversa di via Garibaldi e frequentava la bottega. Essa consiste nella geniale battuta finale del dialogo tra il sarto e un cliente; una trovata straordinariamente azzeccata, anche se un po’ irriverente, forse anche un tantino blasfema, come risposta al rimprovero poco garbato dell’interlocutore.
Una doverosa premessa: prima che il mercato del vestiario fosse monopolizzato o quasi dal “confezionato”, era consuetudine, anzi necessità, rivolgersi a un sarto per farsi cucire l’abito su misura. Si comprava la pezzatura di stoffa - corredata di fodera, bottoni e quant’altro - presso uno dei tanti negozi di tessuti come La Rinascenza, Genovese, Scalzo, Crapis, Vetromilo, ecc., e si portava il tutto in sartoria. Nella maggior parte dei casi ciò avveniva due volte l’anno perché erano tante le famiglie che a quei tempi non potevano permettersi il lusso di avere più abiti. Di solito i periodi scelti per rinnovare, si fa per dire, il guardaroba erano due: uno in coincidenza con le festività di giugno, mese particolarmente caro ai Nicastresi per le ricadenti festività di Sant’Antonio e dei patroni S.S. Pietro e Paolo; l’altro alle porte delle festività natalizie e di fine anno.
L’aneddoto con protagonista il Giampà risale ai primi di giugno di uno degli anni post-bellici. Avviene che, di buon mattino, un operaio del rione Timpone, un certo Molinaro, si presenti nella bottega di Mastru Vicìanzu tenendo in mano la metratura di stoffa e relativi accessori acquistati la sera precedente in uno dei negozi in Corso Numistrano. Appena sulla soglia si ferma giusto il tempo di perlustrare con lo sguardo l’interno del locale e accertarsi se il sarto sia dentro. Lo individua seduto dietro il tavolo di lavoro, gambe accavallate e ago in mano, intento a imbastire una giacca. Rispettosamente lo saluta, poi muove verso di lui e, mentre con una mano comincia a spacchettare l’involucro che ha nell’altra, dice:
- “Mastru Vicì, v’hàju purtàtu ‘a stoffa, mu mi facìti ’na vistitùra nova ‘ppì Sant’Antoni” (maestro Vincenzo, vi ho portato la stoffa perché mi confezioniate un vestito per il 13 giugno).Il maestro smette per un attimo di lavorare, solleva lo sguardo verso l’operaio e, attingendo a un misto d’italiano e dialetto, con gustosa disinvoltura risponde:
- “Amico mio, ‘ppì Sant’Antoni unn’è possibile. Tìagnu tanta fatìga ’i fari, ch'a ppì 'stu misi ’un ti pùazzu sirvìri”. “E senza che insisti perché NON...CE...LA... FACCIO” (Amico mio, per questo mese di giugno non mi sarà possibile servirti avendo tanto lavoro da sbrigare). E riprende l’imbastitura della giacca che ha in mano. Il cliente, con voce quasi implorante, prova a impietosirlo:
- “Oh mastru Vicì, ‘ppì carità, facitimmìllu 'stu piacìri, 'un mi lassàti ‘ntà 'sti festi alla nuda!”. “Sugnu statu sempri ’nu cliènti vùastru, ’un pùazzu jìri a n’autra parti. Vidìti cumu facìti e accuntintàtimmi...” (Mastro Vincenzo, per carità fatemelo questo piacere, non lasciatemi nudo in queste feste. Sono un vostro cliente e non posso certo andare da un altro sarto. Vedete voi come fare e fatemi contento).Il sarto, mosso da compassione e con l’ago mezzo infilato in una spallina, alza gli occhi sull’operaio, lo fissa in volto e riflette. Poi apre bocca e, con tono più conciliante e intenzioni possibiliste, attingendo all’usuale italiano annacquato con parole in vernacolo, propone al cliente:
- “Facciamo così, dàmmi nu pocu ’i tìampu, mu vìju si pùazzu rinviàri ad ancùnu” (Facciamo così, dammi un po’ di tempo in modo che io possa rimandare il lavoro di qualche altro cliente)”. “E vedrò di accontentarti almeno per San Pietro”. Subito dopo puntualizza: “Però 'mu sai: ‘ppì S. Antòni ’un s'indi pàrra propriu!” (Però che tu lo sappia: per il giorno di S. Antonio non se ne parla proprio!).Il Molinaro, ancora con la stoffa in mano, assume un atteggiamento che lascia trasparire delusione e amarezza. Si rende conto che non avrà il vestito nuovo per il 13 di giugno e forse neppure per la fine del mese. Allora prende coraggio e muove un mezzo rimprovero al sarto con una considerazione d’ispirazione religiosa:
- “Mastru Vicì, cumu ’a pigghjàti alla longa! U Patritèrnu ’u mundu l’ha fattu ’ntà ’na simàna e Vùa ’ppì ’nu vistìtu vulìti ’nu misi…!” (Mastro Vincenzo, la prendete alla lunga. Il Padreterno per fare il mondo ha impiegato una sola settimana e Voi per un vestito volete un mese).Immediata la replica del simpatico artigiano il quale, senza sollevare gli occhi dalla giacca da imbastire e con tono apparentemente serio, se ne esce con una battuta formidabile, pregna d’ironia e perfettamente in linea con l’irriverente riferimento fatto dal cliente al Padreterno:
- “Sé..., ma senza mu ci pìgghija ’a misùra...!” (Sì, però senza prendergli le misure...!). à Demetrio Russo


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Note sull'autore
DEMETRIO RUSSO - Pubblicista, Direttore di Banca in pensione
Tel. 0968.442206 - (rudeme@alice.it)
88046 LAMEZIA TERME
Corrispondente sportivo da Lamezia Terme della “Gazzetta del Sud” di Messina, dal 1958 al 1994. Ha trasmesso servizi a vari quotidiani, in occasione d’importanti manifestazioni ospitate in città e nel circondario, quali: incontri internazionali di pugilato, tornei di basket e di pallavolo, “europei” di biliardo, soste e allenamenti infrasettimanali di squadre di calcio di serie A e B, alla vigilia di rispettivi impegni di campionato. Dal 2005 sul periodico locale “Storicittà” cura una sua rubrica, dal titolo “Personaggi nostrani tra storia e umorismo”, in cui traccia un profilo biografico di quei Lametini del passato, più o meno recente, protagonisti di storielle e aneddoti curiosi. Alcuni anni addietro, su esplicita richiesta dell’imprenditore Domenico Fazzari, ha raccontato in un libro la drammatica prigionia e la tragica fine (21 aprile 1945) del fratello Giuseppe avvenute in Germania, durante la II guerra mondiale. Fatti e circostanze dei drammatici momenti, vissuti dallo sfortunato caporalmaggiore in un campo di prigionia tedesco, sono stati attinti dal diario che lo sfortunato militare ha vergato nei due anni trascorsi in quell’inferno. Altri particolari, come il tragico decesso del giovane, centrato in pieno petto da una granata, sono stati riferiti al pubblicista da un altro suo fratello, il commerciante Vincenzo.
Il drammatico racconto è riproposto nel libro "FIORI MISTI" e, a sinistra, nell'elenco "Storie e Storielle” sotto il titolo: Diario e morte di un prigioniero.
***L’autore, Demetrio Russo, è coniugato con l’ins. Francesca Diaco, dalla quale ha avuto quattro figli e da questi sei nipoti. A loro la dedica dei libri.





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Il Caporalmaggiore Giuseppe Fazzari