
Non sempre i protagonisti degli aneddoti
narrati in questo spazio sono stati nel passato personaggi notissimi, per cui
spesso saranno verosimilmente pochi i concittadini, oggi di una certa età, che
ne avranno memoria. Alcuni sono del tutto sconosciuti, altri, visti in foto,
faranno rispolverare qualche ricordo in tante persone, che probabilmente
diranno:
- “Questo
volto non mi è nuovo”, “Ricordo di averlo già visto”, “Non è quello che
esercitava il mestiere di...?”. Si
tratta, quindi, di persone non da prima fila in termini di notorietà, ma che
meritano un po’ di ribalta per via di qualche storiella curiosa o di qualche
originalissima ed esilarante battuta loro attribuite. Nessuna intenzione di
scrivere biografie di questo o di quel nicastrese, qualche cenno sui dati
personali però si rende opportuno, se non addirittura necessario, sia per dare
a “Cesare quel che è di
Cesare” e sia per rendere
meglio ciò che stimola l’attenzione e la curiosità del lettore.
Sono aneddoti, trovate, gag e fatti che,
per certi aspetti, hanno fatto e fanno storia locale. E’ il caso di un
artigiano, per la verità non del tutto sconosciuto, autore di una frase
spiritosa, straordinariamente simpatica, a conclusione di un breve dialogo con
un suo cliente. Si tratta di Vincenzo Giampà titolare di una ben avviata
sartoria - almeno fino a quando non si sviluppò il commercio dell’abito
confezionato che costrinse lui e tanti altri a cambiar mestiere - e venuto,
purtroppo, a mancare all’età di sessantatré anni quando ancora avrebbe potuto
dare molto in famiglia. Sposato con Antonietta Matera, deceduta anni prima, ha
avuto da lei cinque figli portati avanti, onestamente e non senza sacrifici,
con il lavoro di sarto.
Aveva aperto bottega nei pressi della nota “funtana di Monachelli”, (caratteristica fontana a ridosso
dell’edificio occupato da suore) nell’allora
importante via Garibaldi. Serviva una discreta clientela nonostante la presenza
in quella zona di una qualificata e nutrita concorrenza. Difatti, in quella via
e nelle adiacenze operavano diversi e altrettanto valenti artigiani del ramo
come i Caterisano, Mastroianni, Amendola, Leone, Barberio, Piacente e altri. A
servirsi della sua manifattura erano in tanti perché il mestiere Vincenzo
Giampà lo conosceva bene per davvero, essendosi dato da fare sin da
giovanissimo, assieme ai fratelli, per mandare avanti la famiglia. Suo padre
Leopoldo, finito il servizio militare, si era trattenuto al nord per lavoro,
assicurando per varie ragioni un sostegno limitato ai congiunti rimasti a
Nicastro.
“Mastru Vicìanzu” era un valente artigiano del cucito e un
uomo di sani principi, estroverso, gioviale, rispettoso con altri, a tratti
orgoglioso e puntiglioso. In tanti trovavano piacevole intrattenersi con lui
nella bottega per le classiche quattro chiacchiere, magari anche per il
semplice gusto di stuzzicarlo, contraddicendolo a bella posta su ogni
argomento. Lui replicava con la solita fermezza e un tono di voce non sempre
moderato. Una delle sue invidiabili doti era la capacità di avere a portata di
... bocca una battuta adatta alle varie circostanze e che pronunciava con
semplicità, con naturalezza, pure con apparente serietà, accompagnandola di
solito con un malizioso quanto compiaciuto sorrisetto.
Tra le tante sue “perle” mi piace raccontarvene una riferitami
anni fa da uno che all’epoca risiedeva in una traversa di via Garibaldi e
frequentava la bottega. Essa consiste nella geniale battuta finale del dialogo
tra il sarto e un cliente; una trovata straordinariamente azzeccata, anche se
un po’ irriverente, forse anche un tantino blasfema, come risposta al
rimprovero poco garbato dell’interlocutore.
Una doverosa premessa: prima che il
mercato del vestiario fosse monopolizzato o quasi dal “confezionato”, era consuetudine, anzi necessità,
rivolgersi a un sarto per farsi cucire l’abito su misura. Si comprava la
pezzatura di stoffa - corredata di fodera, bottoni e quant’altro - presso uno
dei tanti negozi di tessuti come La Rinascenza, Genovese, Scalzo, Crapis,
Vetromilo, ecc., e si portava il tutto in sartoria. Nella maggior parte dei
casi ciò avveniva due volte l’anno perché erano tante le famiglie che a quei
tempi non potevano permettersi il lusso di avere più abiti. Di solito i periodi
scelti per rinnovare, si fa per dire, il guardaroba erano due: uno in
coincidenza con le festività di giugno, mese particolarmente caro ai Nicastresi
per le ricadenti festività di Sant’Antonio e dei patroni S.S. Pietro e Paolo;
l’altro alle porte delle festività natalizie e di fine anno.
L’aneddoto con protagonista il Giampà
risale ai primi di giugno di uno degli anni post-bellici. Avviene che, di buon
mattino, un operaio del rione Timpone, un certo Molinaro, si presenti nella
bottega di Mastru Vicìanzu tenendo in mano la metratura di stoffa e relativi
accessori acquistati la sera precedente in uno dei negozi in Corso Numistrano.
Appena sulla soglia si ferma giusto il tempo di perlustrare con lo sguardo
l’interno del locale e accertarsi se il sarto sia dentro. Lo individua seduto
dietro il tavolo di lavoro, gambe accavallate e ago in mano, intento a
imbastire una giacca. Rispettosamente lo saluta, poi muove verso di lui e,
mentre con una mano comincia a spacchettare l’involucro che ha nell’altra,
dice:
- “Mastru Vicì, v’hàju purtàtu ‘a stoffa,
mu mi facìti ’na vistitùra nova ‘ppì Sant’Antoni” (maestro Vincenzo, vi ho portato la stoffa
perché mi confezioniate un vestito per il 13 giugno).Il maestro smette per un attimo di
lavorare, solleva lo sguardo verso l’operaio e, attingendo a un misto
d’italiano e dialetto, con gustosa disinvoltura risponde:
- “Amico
mio, ‘ppì Sant’Antoni unn’è possibile. Tìagnu tanta fatìga ’i fari, ch'a ppì
'stu misi ’un ti pùazzu sirvìri”. “E senza che insisti perché NON...CE...LA...
FACCIO” (Amico mio, per
questo mese di giugno non mi sarà possibile servirti avendo tanto lavoro da
sbrigare). E riprende
l’imbastitura della giacca che ha in mano. Il cliente, con voce quasi
implorante, prova a impietosirlo:
- “Oh mastru Vicì, ‘ppì carità,
facitimmìllu 'stu piacìri, 'un mi lassàti ‘ntà 'sti festi alla nuda!”. “Sugnu statu sempri ’nu cliènti vùastru,
’un pùazzu jìri a n’autra parti. Vidìti cumu facìti e accuntintàtimmi...” (Mastro Vincenzo, per carità fatemelo
questo piacere, non lasciatemi nudo in queste feste. Sono un vostro cliente e
non posso certo andare da un altro sarto. Vedete voi come fare e fatemi
contento).Il sarto, mosso
da compassione e con l’ago mezzo infilato in una spallina, alza gli occhi
sull’operaio, lo fissa in volto e riflette. Poi apre bocca e, con tono più
conciliante e intenzioni possibiliste, attingendo all’usuale italiano
annacquato con parole in vernacolo, propone al cliente:
- “Facciamo
così, dàmmi nu pocu ’i tìampu, mu vìju si pùazzu rinviàri ad ancùnu” (Facciamo così, dammi un po’ di
tempo in modo che io possa rimandare il lavoro di qualche altro cliente)”. “E vedrò di accontentarti almeno
per San Pietro”. Subito dopo
puntualizza: “Però 'mu sai:
‘ppì S. Antòni ’un s'indi pàrra propriu!” (Però
che tu lo sappia: per il giorno di S. Antonio non se ne parla proprio!).Il
Molinaro, ancora con la stoffa in mano, assume un atteggiamento che lascia
trasparire delusione e amarezza. Si rende conto che non avrà il vestito nuovo
per il 13 di giugno e forse neppure per la fine del mese. Allora prende
coraggio e muove un mezzo rimprovero al sarto con una considerazione
d’ispirazione religiosa:
- “Mastru Vicì, cumu ’a pigghjàti alla
longa! U Patritèrnu ’u mundu l’ha fattu ’ntà ’na simàna e Vùa ’ppì ’nu vistìtu
vulìti ’nu misi…!” (Mastro Vincenzo, la prendete alla lunga.
Il Padreterno per fare il mondo ha impiegato una sola settimana e Voi per un
vestito volete un mese).Immediata
la replica del simpatico artigiano il quale, senza sollevare gli occhi dalla
giacca da imbastire e con tono apparentemente serio, se ne esce con una battuta
formidabile, pregna d’ironia e perfettamente in linea con l’irriverente
riferimento fatto dal cliente al Padreterno:
- “Sé..., ma senza mu ci pìgghija ’a
misùra...!” (Sì, però senza prendergli le misure...!). à Demetrio Russo


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